Il ronzio della macchinetta del caffè era il solito, un rumore bianco che riempiva i silenzi tra una battuta e l'altra. Eravamo lì, nell'area break del terzo piano: io, i colleghi di sempre, e quel vapore che saliva lento dal mio bicchierino di plastica. Stavamo parlando dei soliti problemi, ma a un tratto le loro voci iniziarono a farsi distanti, come se un velo di ovatta si fosse interposto tra me e il resto del mondo. Guardai l'orologio. Le lancette sembravano vibrare, incapaci di scattare in avanti. Mi sembrò che quella pausa stesse durando un'eternità. 'Dovremmo tornare alle scrivanie', pensai, ma il tempo si era fatto denso, viscoso come miele. Presi un sorso di caffè, era amaro, di un'amarezza antica. Mentre attraversavo la porta tagliafuoco per rientrare in ufficio, sentii un cambiamento nell'aria. L'odore di ozono delle stampanti e il profumo di aria condizionata sparirono, sostituiti da qualcosa di pungente: fumo di sigaretta, carta pesante e inchiostro fresco. Oltrepassai la soglia e mi fermai di colpo. Il pavimento di linoleum grigio era diventato marmo screziato. Le scrivanie bianche e minimaliste erano sparite, sostituite da pesanti mobili in legno scuro carichi di faldoni. Non c'era il silenzio digitale dei computer, ma un frastuono meccanico: il ticchettio frenetico di decine di macchine da scrivere Olivetti che battevano all'unisono, come un battito cardiaco collettivo. Uomini in giacca e cravatta stretta camminavano velocemente con sigarette accese tra le dita. Le donne portavano capelli cotonati e gonne a ruota. Nessuno mi guardava, ero un fantasma in un ufficio che non riconosceva il mio abbigliamento moderno, eppure tutto mi sembrava incredibilmente familiare. Cercai con lo sguardo un riferimento, qualcosa che mi spiegasse dove fossi finito. Sul muro in fondo, sopra la scrivania di un capufficio che urlava al telefono (un apparecchio nero con il disco combinatore), c'era un grande calendario illustrato. Le cifre nere su fondo bianco dicevano: 10 Aprile. Ma l'anno non era quello che avevo lasciato pochi istanti prima. Era 61 anni fa. Sentii un brivido gelato scendermi lungo la schiena. Era il giorno della mia nascita. In quello stesso istante, a pochi chilometri di distanza da quell'ufficio, mia madre stava per darmi il benvenuto nel mondo. Ed io ero lì, in quel passato analogico e polveroso, con un bicchierino di plastica in mano che sembrava l'unico oggetto fuori posto in un mondo perfetto. Mi resi conto che quella non era solo una pausa caffè. Era un cerchio che si chiudeva. Ero tornato alle radici della mia storia, nel momento esatto in cui la mia "Prima Fase" stava per iniziare, proprio ora che nel mio tempo stavo riflettendo sulla mia "Seconda Fase". Vidi un giovane impiegato, che somigliava vagamente a mio padre, passarmi accanto. Mi sorrise distrattamente. 'lungo questo caffè, eh?' disse, prima di sparire dietro una nuvola di fumo. Chiusi gli occhi per un istante, stringendo il bicchierino. Quando li riaprii, il ticchettio delle Olivetti era diventato il ronzio del condizionatore. Ero tornato. Ma sapevo che, da quel momento in poi, ogni sorso di caffè avrebbe avuto il sapore di un inizio infinito.
In breve:
Questo è un elemento tipico della narrativa fantastica, che spesso presenta situazioni in cui la realtà normale si mescola con la realtà magica o straordinaria.
Questo è un elemento tipico della narrativa psicologica, che spesso presenta personaggi con caratteristiche particolari o problematiche della mente o dell’anima.
L.A.M.