Racconti

"Stanco di vedere le parole che muoiono, stanco di vedere che le cose non cambiano, stanco di dover restare all’erta, ancora, e respirare l’aria come una lama alla gola... andare a piedi fino a dove non senti dolore solo per capire se sai ancora camminare... il mondo è un corpo coperto di lividi e i miei pensieri sono sempre più vividi... corpi sulla strada che si lasciano affittare, tavole anatomiche da saccheggiare... corpo imperfetto, corpo immortale (Il corpo è la frontiera che si può violare)... la vita, troppo spesso, è una discarica di sogni e sembra un film dove tutto è deciso sotto a un cielo di un grigio infinito... sono le gambe piene di lividi, sono pensieri sempre più ruvidi…"

"...la vita è scritta sopra un cumulo di sogni".

Naturalmente superfluo, ma obbligatorio da dirsi, questa e altre storie su queste pagine, sono frutto della fantasia coadiuvata dall'intelligenza artificiale ChatGPT. Le persone e le vicende, così come i luoghi in cui si svolgono, non esistono nella realtà, né sono mai esistite. Chiaro che, trattandosi di argomenti che radicano negli usi, costumi e psiche umana, si possono trovare talvolta somiglianze e/o riferimenti a qualcosa del vissuto personale. Se dovesse disturbarvi, non avete che da inviare le vostre segnalazioni tramite la pagina "contatti" e i contenuti segnalati saranno riesaminati.

"Puff"

-Racconto illustrato-

(con A.I. e tecnologie chatGPT4 DALL-E 3.0)

"Puff" è la voce imitativa del rumore della caduta di un corpo attutita dall'acqua o da una superficie soffice; ma è esattamente il contrario di ciò che ha trovato, alla sua fine, il protagonista della storia a seguire: nulla di morbido. "Puff" è, in realtà, il nomignolo con il quale era solito rivolgersi alla sua "femme fatale". Questa è la storia di un amore adolescenziale. L'amore adolescenziale, spesso definito come il "primo grande amore", è un'esperienza intensa e formativa. È caratterizzato da una serie di emozioni forti e talvolta contrastanti, come l'euforia e la vulnerabilità. Questo tipo di amore può essere descritto come:

"Innocente": spesso è la prima esperienza di sentimenti romantici profondi, quindi è privo delle complessità delle relazioni adulte.

"Passionale": gli ormoni e la novità dell'esperienza possono rendere l'intensità dei sentimenti particolarmente forte.

"Idealistico": gli adolescenti possono idealizzare il partner o la relazione, immaginandola perfetta o destinata a durare per sempre.

"Formativo": può influenzare le future relazioni amorose, insegnando cosa si desidera o non si desidera in un partner. 

Inoltre, questo tipo di amore è un passaggio cruciale nel percorso di crescita personale e spesso lascia ricordi duraturi.

"Introduzione"

-Ingresso, già quasi uscita-

Guardavo il vuoto davanti e dentro me, avevano lo stesso identico colore. Tu eri, ormai, una massa grigia e informe di ricordi, di senso di impotenza, di solitudine. “Non mi cercare, ti cercherò io quando avrò capito”, avevi detto alla fine dell'ultima telefonata; ma dopo una sola settimana di te non c’era dì già più traccia. Io capivo solo di averti persa per sempre e che nulla avrebbe potuto inserirsi tra me e la tua decisione, nulla avrebbe potuto modificarla.

Mi tormentavo pensando che la nostra panchina, il nostro treno della domenica pomeriggio, il nostro viale, fossero ancora lì; come erano lì le 16:30 per chiamarti durante la settimana, il cielo del tramonto oltre i vetri appannati della cabina telefonica, il suono della tua voce e dei silenzi che cadevano giù dalla cornetta del telefono, le mie camminate notturne nella nebbia per cercare una cabina vuota e chiamarti.

 Era ancora lì la transenna su cui mi sedevo ad aspettare che scendessi, sotto casa tua, e la panchina del nostro primo bacio e del nostro ultimo giorno.

"I ricordi arrivavano come cani sciolti, si aggrappavano dilaniando la mia mente alla ricerca di un perché, degli errori commessi..."

Era tutto immobile in attesa di un cambiamento che non sarebbe mai più arrivato. E io impotente ad aspettare, immerso nel vuoto, bloccato per sempre nel tempo, con un disco rotto che, sembrava farlo apposta, saltava all’inizio da ore e mi ripeteva quella che avevamo deciso essere la nostra canzone, la colonna sonora per una vita. I ricordi arrivavano come cani sciolti, si aggrappavano dilaniando la mia mente alla ricerca di un perché, degli errori commessi; un tempo ero io il più forte, non mi facevo vedere per giorni ed ero io a tornare solo se volevo. Ma il tuo seme era già presente in me e lo capivo dal fatto che mi mancavi in modo irragionevole ogni volta che ti lasciavo, dopo neanche un giorno. Quando sono diventato quello che speravi, si sono ribaltate le cose: vivevo in un mondo surreale, pregavo qualunque cosa affinché non mi lasciassi, perché non finisse, anche i pali della luce. Ti immaginavo vivere circondata dalla tua vita senza di me, magari con un altro... ne avresti potuti avere più di quanti tu stessa potessi immaginare, ti sarebbe bastato alzare una mano... Non eri bellissima, certamente, ma avevi più di una sfumatura che ti rendevano speciale: la tua camminata, per esempio, ti conferiva una grazia unica, ondeggiando in modo ritmico i fianchi, richiamavi alla mente cose che qui non posso dire, o i tuoi occhi di un nero così profondo da trascinarmi in un buio assoluto, sospeso e fluttuante nella sensazione di vuoto che mi procuravano, se mi osservavi a lungo; e poi ancora, i tuoi capelli corvini che sembravano scolpiti da uno scultore surrealista, a tratti eri arruffata come chi ha appena fatto l’amore, come chi ha smesso di preoccuparsi; avrei passato ore a guardare la tua bocca, mentre parlavi, alternare un timido accarezzare i denti bianchissimi e, un attimo dopo, l'esplosione nel tuo sorriso. Tutto parlava in qualche modo di te, di quello che avevi dentro, si doveva solo imparare a leggerti. Ma non sono riuscito a farlo in tempo neppure io, troppo preso dal cercare di impedirti, con la mia presenza, che tu cadessi tra le braccia di qualcun altro e alla fine ti ci ho messa io...

"Memory 1"

-E' strano iniziare dalla fine-

Ricordo la sera di un martedì grasso. Eravamo d’accordo che saremmo usciti con la compagnia per una pizza, ci saremmo visti direttamente nel locale. Non era proprio una pizzeria, era piuttosto un bar che serviva anche pizze, solo la sera, a due passi dalla stazione dei pullman, ma era diventato un locale per giovani anche perché con sole 10.000 Lire (circa 5 €) potevi consumare pizza margherita e acqua per due e non si pagava il coperto. Servivano la pizza su taglieri di legno, i tovaglioli erano di carta, i bicchieri e le posate di plastica. Avevo già scritto il nome del locale nella mia lista nera, per un primo bacio a una ragazza rovinato dal titolare. Era appoggiata al jukebox mentre, anche in quel frangente, suonava quella che sarebbe diventata la nostra canzone - a quel tempo si usava adottarne una - e non mi ero reso conto di essere in pubblico. Solo un tenero bacio, ma al proprietario del bar non era piaciuto “l’atto osceno” e ci cacciò dal locale - "queste porcherie andate a farle fuori di qui!", ci apostrofò -, non ci fece neppure finire la canzone! Quindi non ero felice di andare lì, ma decisero gli altri anche per me. Mi ero attardato un po’ in studio, inoltre ero passato nel negozio di articoli regalo a prenderti un peluche; non era una nostra ricorrenza e dovevi averne già a decine, in effetti non era sembrata una cosa sensata. Ma lo era dal punto di vista obbediente al disegno che avevo creato per difenderti dagli attacchi della noia, o per mantenere vivo il tuo interesse... insomma, uno stratagemma, un tentativo di appello a quella tenerezza che non riuscivo più a evocare negli utlimi tempi. Era come se un peluche potesse trattenerti a me come un amuleto magico. La verità era che avvertivo implacabile la trasformazione in atto di quello che provavi per me e, quello che intuivo stesse diventando, non mi piaceva affatto. Ogni volta che ti osservavo muoverti nella mia mente, diventavi un puntino sempre più piccolo e, dalle oceaniche distanze da cui ti guardavo curiosare nei miei pensieri, non potevo certo fare qualcosa per avvicinarti, ti guardavo scomparire sempre di più. Arrivai che eravate già tutti a tavola, dovetti far spostare qualcuno per sedermi più vicino a te. Eri seduta al fianco di uno sconosciuto che non sapevo che ci sarebbe stato, non mi avevi detto nulla, ma mi aveva fatto più male che non mi avessi tenuto un posto accanto a te. Eri troppo distratta dalla sua presenza, forse? Era stata la prima martellata, non ne capivo il senso; fino a quel momento, almeno di questo, ero sicuro: se ti fossi innamorata di qualcun altro me lo avresti detto subito, ma certamente non così, non mettendomi faccia a faccia col mio rivale... non me lo avresti mai fatto... e poi non eri infedele, no... almeno credo. Mi avevi detto che era un tuo compagno di scuola che “era solo, poverino, così l’ho invitato a passare la sera con noi”. Ma da maschio riconosci subito l’atteggiamento di chi vuole sedurre una ragazza e voi non sembravate affatto solo compagni di scuola.

 Più avanti, durante la cena, lui si era impossessato del mio peluche e tu lo lasciavi accarezzarlo, come se stesse accarezzando te. Ero accecato dalla rabbia e dalla gelosia, quegli sguardi furtivi che vi scambiavate, cercando poi di scrutare il mio stato d’animo nei miei, bruciavano come fuoco, specialmente fatti da te che non mi hai rivolto parola per tutta le cena. L’unica arma, ancora una volta, era importi la mia presenza fino a che non se ne sarebbe andato: presente io, sarebbe successo nulla. Ma domani? Io non ero certo a scuola con te e il tempo libero per me era poco. Avresti potuto fare ciò che volevi in ogni momento della giornata; la telefonata pomeridiana non era certo un dissuasore, tante volte non t’avevo trovata, eri in giro da sola e non avrei potuto raggiungerti ogni volta. Ma non avevo mai avuto dubbi sul fatto che, se avessi potuto, mi avresti incontrato. Qualche volta lasciai lo studio per raggiungerti, il vederti anche solo mezz’ora era come rabboccare un serbatoio perennemente a secco della tua presenza. Portammo il tuo amico al treno prima dell’inizio della consueta sfilata notturna dei carri allegorici. Il fatto che fosse venuto già dal primo pomeriggio, forse con te, e che tornasse in città prima dell’evento della serata - mi hai detto che era venuto per quello, no? - rafforzava la mia sensazione che qualcosa tra di voi stava muovendosi e che vi avevo appena rovinato la serata. A distanza di così tanto tempo, non ricordo se in compagnia fossero certi della mia presenza quella sera, sovente mancavo alle uscite per via del mio lavoro: avrei potuto anche essere la sorpresa dell’ultimo minuto. Mettiamo, per dovere di cronaca, che mi aspettassero, così rendiamo le cose più semplici e... meno dolorose da ricordare, perché avrei dovuto aggiungere anche la classica sorpresa di chi torna a casa non atteso. 

Non ci siamo goduti certo la serata, lo stato d’animo alterato di entrambi, ognuno tra sé e sé, ha fatto il resto. Hai ritratto la mano più di una volta camminando e chiederti cosa c’era che non andava, mi ridicolizzava ancora di più. Sapevo benissimo cosa ci fosse a non andare: per me eravate voi due, per te ero ovviamente io. Ci eravamo separati dal resto della compagnia subito dopo l’uscita della pizzeria; un banale saluto - troppo banale per essere vero - al tuo amico diretto alla stazione e abbiamo camminato verso il centro lungo la via buia, con pochi lampioni per lo più coperti da alti alberi che sfiorano le finestre dei palazzi, tra ventate improvvise che ti scompigliavano i capelli; io ti vedevo bellissima, tu reagivi nervosa e infastidita e ogni volta che desideravo fermarti e tirarti a me per stringerti, sembrava che leggessi nei miei pensieri, ti ritraevi. Sentivo solo che stavo sprofondando nelle sabbie mobili della fine. Non lo avevi mai fatto prima, anzi, una volta si...

"Memory 2"

-Doppio salto all’indietro-

(Primo salto) 

Avevamo trascorso la serata insieme, con un’altra coppia della compagnia. L’altra ragazza era la tua migliore amica, lui non era altrettanto per me: lo tolleravo e basta, pure a fatica. Credo di non aver mai avuto un migliore amico, avevo amici e basta e qualcuno da frequentare più di altri. In quel periodo ero grato a uno di quelli che frequentavo di più, l’amico-vicino-di-casa (da ora in poi questo sarà il suo nome, ricorrerà ancora nel racconto), per avermi dato la possibilità di conoscerti. Proprio quell’estate avevo finito il ciclo di scuole superiori; ero arrivato da pochi anni da un paese remoto, causa trasferimento con tutta la famiglia, il che faceva di me un perfetto sconosciuto in terra straniera: non conoscevo altri che i compagni di classe, stranamente tutti provenivano da paesi circostanti, ma difficilmente raggiungibili in treno o pullman oltre orario scolastico e il cinquantino era sempre a secco, come le mie tasche. Con l’arrivo del monomarcia, visto che ho parlato di lui, era arrivata anche la libertà. Ricordo che con 4000 Lire di miscela al 2%, girovagavo per una settimana in paese: quei soldi uscivano solo dalle tasche di mia madre; da quelle di mio padre, semmai, uscivano le mani con cui menava schiaffoni. Così, delle 5000 Lire, avanzava ben poco, giusto un paio di ghiaccioli. Avevo bisogno di un lavoro... Tornando a noi due (strano definirci ancora noi), finita la scuola, ero rimasto socialmente appiedato; le possibilità che qualcuno dei compagni di scuola mi raggiungesse qui, o io raggiungessi loro lì e là, erano esigue. Per fortuna c’era sempre l’amico-vicino-di- casa. Anche lui aveva terminato le superiori un mese prima e mi inserì, anzi, ci inserì in una compagnia di suoi vecchi compagni di scuola e di infanzia. Anche lui, prima di allora, non li aveva mai frequentati nella loro compagnia, tutti insieme, e non conosceva tutti e tutte e questo, devo dire, mi piaceva, mi rilassava di più, perché qualcosa era comune per entrambi: non conoscere nessuno, a quell’età, può diventare drammatico. Dopo poche uscite, mi ero già accorto di te. Non era stata una cosa difficile, ti evidenziava il comportamento degli altri ragazzi della compagnia che cercavano insistentemente di abbordarti: sembrava l’attività preferita nel gruppo. Li guardavo più o meno come li guardavi tu, con un leggibile senso di imbarazzo negli occhi che volgevi già verso di me - e almeno quegli sguardi erano solo miei, solo per me - quasi come per scusarti dei loro modi rocamboleschi di corteggiarti; un po’ mi divertivano, certo più che a te. La prima domenica insieme. Il luna park. Una domenica immersa in un caldo torrido già a fine giugno. Il 27. Naturalmente avevo sbagliato abbigliamento, al mattino mi era piaciuta l’idea del gilet celeste sopra la camicia e i pantaloni bianchi, e forse ero piaciuto anche a te: in effetti mi ero già agghindato davanti allo specchio come se ci fossi tu a guardarmi da dietro e me lo sarei meritato; ma faceva davvero un gran caldo e sudare poteva diventare sgradevole. Pensavo di fare un giro su qualche giostra che sventolasse un po’... guardavo te, guardavo gli altri chiederti di salire con loro su una giostra, di andare a fare un giro da soli, e poi di nuovo te dire di no, sempre di no, e di nuovo te, sempre te. Ormai ti conoscevo nei più piccoli dettagli, mi mancava solo quello che tenevi coperto (...). 

Mi sono avvicinato a te che era quasi ora di rientrare, per tutti - la cosa bella di quelle compagnie era che avevamo tutti gli stessi limiti orari - per chiederti di non lasciarmi sprecare una manciata di gettoni degli autoscontri, ovvero se avresti fatto un paio di giri con me. Dopo tutti quei no me ne aspettavo uno anch’io, visto che li elargivi a profusione. Invece mi hai guardato e mi hai detto subito di si. Mi hai fatto uno sguardo che, più che ammagliato, ricordava un “era ora! Ma quanto ci hai messo?” e ti sei diretta verso il carrozzone. Siamo saliti sulla macchinetta, hai voluto che guidassi io, mi sembrava di essere in auto, coppia fatta. Ho evitato il più possibile di scontrarmi con le altre, in modo improprio per un giro in autoscontro, per non scompigliarti i capelli. Sentivo il tuo profumo, ricordo il suo nome ancora adesso, probabilmente anche i tuoi feromoni avevano intriso l’aria che respiravo; potevo passarti un braccio sulle spalle, una mano sulla gamba, sfiorarti i capelli, mi stavi lasciando fare. Ma non volevo esagerare. 

Ci siamo visti anche le sere successive, per tre volte. L’ultima sera, il 30, mettendo insieme quanti più elementi potessi per pesare la situazione - ho sempre temuto i rifiuti - ho preso il mio coraggio e te, vi ho portati in disparte e te l’ho tirato addosso: “tu mi piaci”, una parola per ognuna delle sere che ho passato a studiare i tuoi sguardi per interpretare le tue intenzioni. Anche tu mi hai tirato addosso il tuo “e hai bisogno di un oculista” è stata la tua risposta a una frase che, propriamente, non voleva essere una domanda, ma un’affermazione e basta. Sai che mi avevi già mandato all’aria buona parte delle mie sicurezze? Infatti, non essendomi preparato nulla di riserva, sono solo riuscito a dirti “Ok, ho sbagliato tutto” e tu che mandi in frantumi anche la mia dignità di sconfitto dicendomi “non hai sbagliato niente, ne parliamo domani”.

Stesso caldo, ma di giovedì, luglio. L’1. Avevo le occhiaie, non avevo dormito pensando-ti, non per altro (...). La via principale, ti incontro, sarà la presenza dell’amico-vicino-di-casa, ma non mi parli, non affronti l’argomento, non prendi il discorso, stai con l’altra ragazza, la tua migliore amica. La panchina è testimone del fatto che eravamo pericolosamente vicini a casa tua, ma nessuno pareva preoccuparsene più di tanto. Noi ci sediamo, gli amici sembrano aver capito e vanno oltre... la situazione si faceva difficile, tu non sapevi come iniziare, e non iniziavi, c’era un bel niente che iniziava. Ma tranquilla, neppure io. Allora prendo il pacchetto di Marlboro da sotto la camicia, sopra la spalla - si usava così - pensavo di accenderne una, ma il tuo sguardo mi ha spento l’accendino. Mi sono avvicinato al tuo viso, alla tua bocca e, nel momento in cui hai chiuso gli occhi, tra le nostre bocche ho messo il pacchetto di sigarette... Uno scherzo, sicuramente di pessimo gusto, per spezzare la tensione. Poi il bacio è arrivato.

Occhio a quella panchina, dopo 270 giorni sei scesa e mi ci hai abbandonato su.

(Secondo salto) 

 Un mese in cui abbiamo consumato le scarpe a suon di vasche. D’estate che vuoi, chiuderti in un cinema senza aria condizionata? Fuori fa caldo, afa, zanzare, e tu che mi fai scoprire che alle zanzare il giallo del tuo vestito piace, e piace anche a me, ti scopre le gambe... certo che sei bella... sono a un passo dal tutto, ci divide solo il suo tessuto... 

ma dopo un mese scopro di avere un’età più consona agli amici che a fare coppia fissa con te. Sono disorientato, mi piace passare il mio tempo con te, anche se non porta a molto di più di poco, ma mi piacerebbe passare più tempo in giro, fare nuove conoscenze. Non ho detto nuove ragazze, sono sempre stato fedele, almeno fino a quel momento. Ne parlo con l’amico-vicino-di-casa, che ovviamente la vede come me - e come, se no? - usciamo io, lui e altri due, andiamo alla festa di un paese vicino in motorino. Ma avrei dovuto uscire con te. In realtà non era previsto e, forse, telefonarti a casa ancora non potevo. Ma l’ho fatto: sono andato in giro senza di te. Poi sono tornato, ti ho cercata con i miei sensi di colpa e ti hanno trovata loro prima di me, eri ancora più bella; sarà stata la tristezza che ti leggevo negli occhi, non me la sono sentita di troncare, ho lasciato che mi abbracciassi, ti ho reso il tuo calore in un abbraccio che forse stavi cercando, ma mi era sembrato più di pietà che d’amore. Almeno per me. La sera dopo ti ho lasciata. Non credo che tu abbia pianto, ma certo te lo si leggeva in faccia che allegra non eri. Non capivo neppure me stesso, come volevi che capissi te? Dopo un paio di giorni, sono entrato nell’ordine di idee che niente è più aleatorio del girovagare senza meta, tra quelli che dicono di esserti amici, ma non sanno - o non possono - esserlo davvero. Ti cerco, allora, perché l’unico riferimento che mi avvicini alla realtà, a quello che sto cercando da sempre è nascosto in te. Ti chiedo scusa, l’accetti e si torna a bordo per un altro viaggio. Ma dopo solo una settimana, sento un senso di fastidio che mi attanaglia il cuore quando sono con te. Non sono farfalle, sembrano pietre. E’ meglio smettere. Ti lascio di nuovo. L’intenzione, questa volta, è per sempre. Ma, inutile dirlo, dopo una settimana siamo di nuovo insieme. Tu mi parli poco, eviti l’argomento, non mi aiuti a parlare di ciò che mi succede quando sono con te e ancor più quando non ci sei. Non mi dici cosa pensi di me. Io che ti chiedo se provi ancora qualcosa per me, tu che mi rispondi “cavolo se provo qualcosa per te”; vedo i tuoi occhi guardarmi con un velo di tristezza e di perdono e poi chiudersi sopra le nostre bocche. Questo è amore? Puff.

Avevamo trascorso la serata insieme, con un’altra coppia della compagnia. L’altra ragazza era la tua migliore amica, lui non era altrettanto per me: lo tolleravo e basta, pure a fatica.” Riprendiamo da qui. Ti ho lasciata davanti casa, sei andata a letto. L’amico-vicino-di- casa ha passato la serata con gli altri, la tua migliore amica con loro, il suo ragazzo non era uscito. La mattina dopo, domenica, io avevo una battuta di pesca con mio padre - almeno in quello c’era -, l’amico-vicino-di-casa doveva aiutare il suo in giardino. Ma alle 14,00 ero pronto ad aspettarti davanti alla stazione per prendere il treno delle 14,34 per la città. Mi hai fatto perdere il treno, alle 15,00 ancora non c’eri. Stavo per chiamarti a casa, maledetta educazione, non l’ho fatto. Mi sono solo avvicinato alla cabina a ovest della stazione, penso che da lì a poco ti avrei chiamata. Invece ti ho vista arrivare. Non ti sei lasciata baciare come al solito, ti ho detto “che è successo? Abbiamo perso il primo treno, ma ce ne sarà un altro. Andiamo?” - “ho qualcosa di meglio da proporti - hai detto - ti lascio. Così il giochetto di far vedere a tutti che puoi prendermi e lasciarmi quando vuoi non funziona più.” E te ne sei andata. Ero frastornato, non riuscivo a capire. Salgo le scale del passaggio pedonale, e vado verso casa anche io. Temporale forsennato nel pomeriggio. Telefono all’amico-vicino-di-casa, gli spiego, si mette a ridere - “che cazzo ridi? Non c’è niente di divertente” - intanto il temporale ci lascia e io esco a cercarti: non mi sta bene accettare le cose senza capirle. Cammino in mezzo a un disastro di foglie e rami spezzati dal vento e dalla grandine, una tromba d’aria ha scaricato tutta la sua forza sugli alberi che un po’ mi somigliavano, scompigliati come poteva essere il mio cervello irrorato dai 150 bpm del cuore, che per l’occasione mi si era trasferito in gola. Ti trovo in centro, intenta a passeggiare con l’amico- vicino-di-casa (?????). “Ti devo parlare”, ma l’amico-vicino-di-casa avanza pretese e si appella a diritti inesistenti di ordine di arrivo e si becca un vaffanculo, che potevi anche risparmiargli - anche se se l’era meritato - che però ha ottenuto l’effetto sperato: si è allontanato. 

Finalmente io e te eravamo di nuovo noi. Mi hai spiegato che qualcuno ti aveva riferito cose che avrei detto in tua assenza, circa il fatto che di te non mi interessava nulla, solo quello che facevamo quando eravamo insieme e quando mi andava, perdipiù. Inoltre che la persona che te l’ha riferito, non ti mentirebbe mai. “Allora mi dici chi è stato a dirti queste cose così cattive, perché io non ho mai detto niente di simile nei tuoi confronti, non le penso, non è così, non sono così!” - “non posso dirtelo” - “non credi più a me? allora non c’è più niente da fare?” - “lasciami qualche giorno per pensarci, mi ha fatto molto male”. Ritorno a casa, le zanzare sembravano più fameliche di prima del temporale, solo io speravo che le uccidesse tutte? La mattina dopo non sono uscito, non sapevo come comportarmi. Il pomeriggio il citofono mi dice che l’amico-vicino-di-casa vuole che scenda per parlarmi. “Volevi sapere chi ha detto quelle cose? Sono stato io, perché non sopportavo di vederti trattare male quella ragazza” - “credo che tu l’abbia fatto per liberarti la piazza, io non penso queste cose di lei, ma a giudicare da ieri sera, ti è andata molto male”. In quel momento mi è morto qualcosa dentro, qualcosa che ero convinto esistesse: l’amicizia di un vero amico. A distanza di tempo devo riconoscere che l’idea di perderti mi faceva molto male, altrettanto me ne ha fatto essere tradito dall’unica persona che pensavo non l’avrebbe mai fatto; magari tu si, nel tempo, ma lui non credevo proprio. E questo episodio ha condizionato tutta la mia vita, da lì in avanti, nei miei rapporti con la fiducia nelle persone, le persone stesse e gli amici. Riecco il noi, l’io e te perduto che ritorna, come "io e te"  torna a essere la nostra canzone.

"Memory 3"

-Oro placcato-

-Dio, quanto è bello che tu sia entrata nella mia vita e quanto è stato difficile riuscire a

chiuderti la mia porta alle spalle per non farti più uscire-

"Ti avevo seminata ovunque, perché non ci fosse luogo sulla Terra o stagione o momento della giornata presente e futura che non potesse che parlarmi di te."

In questa auto-pozione c’era l’immagine della prima neve pestata al mattino quando, ancora buio, camminavo verso il lavoro - che fortuna lavorare e abitare nello stesso paese e non aver necessità di prendere un mezzo per spostarsi -, le immagini del vento caldo delle montagne in inverno, i profumi

dei platani del viale, del tuo profumo, del mio profumo, la neve, la pioggia, le foglie, le luci della città, le caldarroste di Natale e poi musica liquida a riempire ogni spazio; per ogni istante con te, ho cesellato un corollario di ricordi ed emozioni: una musica, un cielo, una pioggia, un vento, un profumo, una sensazione, una semplice emozione da richiamare ogni volta che sarei tornato a pensarti. Tu eri di me, per me, in me. Non potevo sottrarmi da quell’ incantesimo. Gli scantinati del palazzo reale per l’aria fresca in un luglio impietoso, i viali arrugginiti, gli antichi borghi, un regalo, un sospiro, una mano furtiva in uno scompartimento buio sul treno del ritorno, un film, un cinema e una valanga di baci in galleria, la casa libera e un’incursione pomeridiana che i miei non vanno mai via e i tuoi neppure e una valanga di cose che non posso dire; un viaggio in Horizont fino all’abazia sul sedile di dietro, per noi un divano inaspettato sotto i finestrini appannati e la pioggia fuori, evado dalla disco per il primo capodanno a casa tua, per me sembrava fatta. La neve stanca di una domenica di metà febbraio, il 13, mentre i 64 avrebbero potuto essere 66 e una festa di compleanno anticipata che ci salverà la vita - saremmo stati insieme per sempre - ...

il martedì grasso, il 15, la sfilata sotto le stelle, la scenataccia, la gelosia, le remissioni, le ammissioni di colpa che colpa non era, un tentativo di riprendere fiato dopo la corsa per raggiungere i tuoi passi, mentre cerchi di scappare da me, da allora in poi 31 giorni spesi tra telefono, poche uscite e tante illusioni, tu che c’eri ancora, ma solo dalle spalle in giù, una cabina del telefono contro il tramonto di una orribile giornata, io che lascio il lavoro per starti vicino, te lo dico e mi regali un silenzio troppo profondo per essere vero, io che ti chiedo cosa c’è, tu che mi rispondi “niente”, ma se il niente non esiste allora hai qualcosa, “non mi ami più?” - smettila di farmi domande, non mettermi le parole in bocca” avresti dovuto dirmi - “forse” (...) “proviamo a non vederci per un po’, ho bisogno di capire se mi manchi davvero... tu ci sei sempre...” - “cosa faccio io senza di te, come faccio io senza di te... ti prego...” - la tua caratteristica migliore è che, anche a costo di soffrirci, anche se riconosci di aver sbagliato, non torni indietro, ma le spese le ho fatte io -, un pomeriggio da mio fratello, meglio fermarmi a dormire, così sarò distante dalle tentazioni e da te, ma il giorno dopo ero sprofondato in un divano di sofferenza, bocca chiusa, rimanevano aperti gli occhi per le lacrime, il naso per il fazzoletto col tuo profumo e le orecchie per sentire la nostra canzone che girava all’infinito, il disco consumato ormai tornava indietro da solo all’inizio da ore, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato... “Non cercarmi, ti cercherò io quando avrò capito”, ma dopo una settimana eri sparita nel nulla. Anche la resistenza ha i suoi limiti, una pallida domenica di marzo, il 27, scendo in centro, ti cerco e ti trovo, ti avvicini, ti fermo con una mano alzata “io non posso andare avanti così, sono venuto a restituirti la tua libertà” - “perché sei venuto... - mi avevi tirato addosso un gesto di stizza e delusione insieme e avevo capito di aver commesso un altro errore, forse il più grave - avrei capito, ti avrei chiamato io, chi ti ha detto che io la voglia indietro, la mia libertà?” - “mi sembrava di impazzire senza vederti e sentirti, non ce la faccio più... torniamo insieme, riproviamo...” - “no, non sono pronta, ci vediamo domani” - “domani pomeriggio, va bene? ma ci sarai?” - “ci sarò”. 

Camminavo verso casa tua, la neve era ancora ammucchiata all’ombra, l’aria era elettrica, pizzicava il naso, il sole era tiepido, anche il percorso a piedi era diverso dal solito, per commemorare il nuovo che avanzava in mezzo a noi per dividerci, noi che non eravamo più l’ io e te che credevo indivisibile, tenevi le tue mani in tasca, la tua bocca sigillata sul mio ricordo dei tuoi baci, non c’era più calore, un vento gelido e impenetrabile riempiva lo spazio tra di noi, love should be so kind... rieccoci davanti a casa tua - è incredibile come il tempo del giro di una città fosse così breve e veloce -, alla panchina di cemento che conservava l’inizio della nostra storia, ti sei fermata, mi sono fermato, eri più bella che mai, “allora, si o no?” - “no”. Ti ho guardata camminare fino al fondo della strada, in cui hai girato l’angolo senza voltarti. Per un attimo ho sognato di vederti comparire e correre da me. L’ultimo ricordo che ho di te è la tua schiena.

Finalmente potevo fumare, non potevi più rimproverarmi nulla, ho pensato recuperando il pacchetto di sigarette nascosto nel calzino - le avevo nascoste li, tanto sapevo che non mi sarei più spogliato - ho attraversato la grande piazza in diagonale, passando tra le auto, con un senso di soddisfazione per essermene fregato di te e delle tue paturnie, che non volevi passarci per i tacchi, principessa sul pisello; ho percorso tutta la via centrale, stupendomi nel leggere la normalità di un giorno qualunque sul viso delle persone, che non condividessero la mia tristezza e non vedessero l'abisso che mi si era aperto sotto i piedi, ho percorso la strada verso casa accelerando il passo, perché le lacrime non arrivassero prima di me, il vento soffiava tiepido muovendo foglie, sciogliendo l’ultima l’ultima neve all'ombra, cancellando un giorno, 270 giorni, facendomi lacrimare gli occhi... tanto meglio per loro, erano già allenati per i giorni a venire. Il 28.

Memory_4

-Dopo il 28, cosa c’è? il 4.-

-Dio, quanto è difficile respirare senz’aria, bere senz’acqua, guardare senza luce, sfamarsi senza pane.-

Tu non eri più di me. Un amico, a cui l’avevo raccontato giorni dopo, mi aveva risposto “l’ho saputo... è così strano pensare che non siete più insieme... sembravate una delle coppie più perfette del paese... Adesso lei dov’è?” ed era strano non saper rispondere a una domanda che conteneva il tuo nome, perché fino a quel momento, di te, io sapevo tutto: con chi eri, cosa stavi facendo e, soprattutto, dov’eri. Da quel momento, non potevo più reclamare diritti su di te. La domenica successiva era Pasqua, era d’aprile, il 3. Ma era anche il tuo compleanno e non potevamo festeggiarlo insieme - in effetti non l’avevamo mai fatto -. Ma, alla fine, cosa ti avrei regalato? Meglio così, soldi risparmiati - è strano come le battute che fanno ridere la compagnia, quando diventano situazioni e ti tocca viverle, non facciano ridere per niente -. A farti un regalo, ci ha pensato il resto della compagnia: Pasquetta in montagna! Ma tu non potevi venire, causa parenti dalle tue lontane origini, e nessuno si è degnato di rimanere con te. 

E io non sono rimasto con le mani in mano, ho subito cercato di trovare un chiodo in grado di spingerti fuori dal buco del mio cuore in cui eri sprofondata - e non riuscivo proprio a toglierti, neanche così. Anzi, dal giorno dopo avevo lo stesso chiodo ancora più in fondo e un altro inutile che non sapevo come buttare -. La domenica dopo, il 10, ti ho aspettata davanti alla chiesa, per onorare i 727 giorni che ci separano. Quando sei uscita, ti sei diretta verso di me e mi hai baciato sulla bocca. Lapsus froidiano, tranquillo - babbeo, perché gliel’hai permesso? -. Da quella domenica, ogni volta che mi incontravi, mi salutavi così, ma di tornare insieme non se ne parlava. Alla fine, a forza di insistere, un “lasciami in pace” me lo sono beccato anche io, proprio in mezzo alla piazza. Forse avevo capito il succo di un discorso poco esplicito, allusorio o troppo prolisso; avevo colto un'intenzione non rivelata apertamente? Avevo anche capito che era meglio togliersi dai piedi. Come potevo farlo, se eravamo nella stessa compagnia? Amici da dividerci, non ce n’erano. Amiche? Tanto meno. E tornavo a essere socialmente appiedato, come agli inizi di questa storia. Arriva la cartolina precetto e i tre giorni di speranza che non mi riformassero per qualche motivo. Nessun problema, quel mese hanno poi preso cani e porci, nel senso buono della parola ovviamente. La destinazione nell’esercito non mi avrebbe garantito di poter andare così distante e così a lungo da te, per come immaginavo di averne bisogno. La brillante idea è stata scegliere le onde del mare, piuttosto che i muli e le scalate, o anche le ali o le corse con la tromba. 18 i mesi passati, ma tutti i weekend ero a casa e non potevo non incontrarti. Ti telefonavo e ti scrivevo, mi rispondevi alle lettere, ma di persona, eri sempre più trasparente. Un giorno di licenza - ricorda un po’ porta portese di Baglioni - ti trovo con un amico della compagnia, uno dei più recenti a esserci entrato a far parte, e ho finalmente capito. Solo su una cosa, avevo un dubbio: era largo e lungo circa il doppio di te, ma come facevate?

Una cosa ancora, ricordi 101994

Infine

-Tirando le somme-


...


8 mesi e 27 giorni


§


= 38 set + 4 gg


§


= 270 gg


§


= 6480 h


§


= 388.800 min


§


= 23.328.000 sec...


...di noi...


§



...Puff.

"... e ricordo il tuo bel viso ed il tuo sorriso nel tuo essere felice ... e nel tuo essere felice hai cercato a lungo, forse troppo, una promessa nei miei sguardi. Ma lo sguardo non sa mentire, non ho potuto nascondere quelle verità che ora sembro voler confessare scrivendotele, come se fossi certo che mi leggerai ... era svanito il tuo viso, l'ho ritrovato in una foto e ho rivisto il tuo sorriso, i tuoi occhi e le mie colpe ... ho riprovato l'angoscia del non essere riuscito a tenerti con me. Eravamo dietro a noi stessi, in un angolo di primavera che aveva solo sette giorni e sapeva ancora di te, di brina, di nebbia ... Era un lunedì qualsiasi, un lunedì in cui il mondo si risveglia, si alza e inizia a lavorare; mentre il nostro amore si sdraiava sul ghiaccio delle lunghe ombre, guardavo le nuvole di fiato uscire dalle tue labbra socchiuse e provavo a contare le parole che nascondevi in tasca e sussurravi, come per non farmi male. Avevi preso le tue mani con te, il tuo profumo era tagliente come una lama: l'avevi fatto apposta, non era lo stesso di sempre ... il nuovo che avanza, ho pensato, è un modo come un altro per dirmi "da domani, ma che dico, da stasera vita nuova" ... ero un paio di scarpe scomode che ti saresti tolta di lì a poco per buttarle via e non indossarle più. E così è stato. La tua coerenza a scapito di tutto l'ho sempre temuta: e ora giura di non avermi mai amato ..."

La prima versione creata da CHAT-GPT4:

Era una calda estate, i giorni si allungavano e le emozioni si intrecciavano come fili invisibili. Marco e Giulia, due adolescenti, si erano conosciuti durante una festa di fine anno scolastico. Lui, timido e insicuro, aveva subito notato la sua risata contagiosa e i suoi occhi scintillanti. Lei, vivace e spensierata, aveva trovato in lui un rifugio dai turbamenti dell’adolescenza.

I primi mesi furono un susseguirsi di momenti rubati tra i banchi di scuola e le panchine del parco. Marco, però, non riusciva a fidarsi completamente. Aveva paura di aprirsi troppo, di lasciarsi andare. Così, quando le cose sembravano andare troppo bene, lui si allontanava. Giulia, innamorata, lo aspettava sempre. Riprendevano la loro relazione, solo per vederla spezzarsi nuovamente.

Il tempo passava, e Marco si rendeva conto di quanto fosse fortunato ad avere Giulia al suo fianco. Ma il timore di perderla lo faceva agire in modo irrazionale. Lui, che aveva sempre cercato di proteggerla, finì per ferirla. Giulia, stanca di questo gioco di alti e bassi, prese una decisione: lo lasciò.

Marco rimase solo, con il cuore spezzato. Si innamorò perdutamente di Giulia, ma era troppo tardi. Lei aveva già voltato pagina. Marco, nel tentativo di farla tornare, si allontanò ancora di più. Le telefonate non venivano più ricambiate, le lettere restavano senza risposta.

Gli anni passarono, ma il ricordo di Giulia rimase intatto. Marco imparò a convivere con quella nostalgia, con il rimpianto di non averla tenuta stretta quando ne aveva avuto l’opportunità. Si chiedeva spesso cosa sarebbe stato se avesse agito diversamente, se avesse avuto il coraggio di amare senza riserve.

Il tempo, però, non cancella tutto. Marco portava ancora con sé il profumo dei capelli di Giulia, il suono della sua risata, il calore delle sue mani. Aveva imparato che l’amore adolescenziale può essere travolgente, ma anche fragile. E che, a volte, le paure possono distruggere ciò che di più prezioso abbiamo.

Così, Marco continuò la sua vita, cercando di non fare gli stessi errori. Ma ogni tanto, quando il vento portava con sé l’odore dei fiori di campo, lui chiudeva gli occhi e si ritrovava a passeggiare con Giulia tra le dune di sabbia, mano nella mano, senza paura del futuro. E in quel momento, il ricordo di lei diventava eterno.

La seconda versione creata da CHAT-GPT4:

In una piccola città avvolta dalla dolcezza delle colline, vivevano due adolescenti, Marco e Giulia. Marco era noto per la sua forza, non solo fisica ma anche di carattere. Sempre sicuro di sé, era il tipo che non si voltava mai indietro. Giulia, invece, era come il vento di primavera, leggera e incostante, ma con una forza nascosta che solo pochi potevano vedere.

All’inizio, la loro storia sembrava un gioco di potere. Marco decideva, e Giulia seguiva. Lei tornava da lui ogni volta che lui lo desiderava, come un’onda che ritorna sulla spiaggia sotto il richiamo della luna. Ma quando Giulia decise di lasciare Marco, qualcosa dentro di lui si spezzò. La sua apparente forza si rivelò fragile come vetro.

Marco iniziò a innamorarsi perdutamente di Giulia, con un’intensità che lo sorprese. Quando lei gli diede una seconda possibilità, sembrava che tutto potesse andare per il meglio. Tuttavia, l’amore di Marco divenne un’ossessione, un bisogno asfissiante che soffocava la libertà di Giulia.

La storia tra Marco e Giulia finì nel momento in cui lui non riuscì più a dare spazio al respiro di lei. Giulia, con il cuore pesante ma con la certezza di fare la scelta giusta, lasciò Marco definitivamente. Fu allora che Marco comprese la vera forza di Giulia, una forza che non era mai stata sua, ma che era sempre appartenuta a lei: la forza di essere libera.

In breve

"Quella sera"

-Racconto illustrato-

(con A.I. e tecnologie chatGPT4 DALL-E)

Quella sera guardavamo il cielo diventare qualcos'altro e confondersi col riflesso della finestra. Non c'erano rumori o musiche o respiri, c'era un colore arancione e una trapunta che si arrotolava sui discorsi taciuti.. si aggrovigliava su quell'idea fissa e non riuscivamo a coprirci e a riscaldarci.. ti sei alzata e hai aperto un'anta dell'armadio.. nello specchio ti guardavo gli occhi e mi sembrava di spiarti solo perché eri di spalle... eppure ci stavamo fissando... arancioni e silenziosi e il tuo pigiama rosso era tenero... e lo erano i tuoi calzini di lana a righe e i capelli arruffati di chi ha smesso di preoccuparsi... di chi non ha interesse a rimanere… chiudesti l'anta dell'armadio e con lei i colori della stanza... non ricordo nulla di te che non sia un film in bianco e nero.

C'era ancora quel buco sul sedile.. di quando mentre mi spingevi mi cadde la sigaretta e per ritrovarla dovemmo seguire l'odore di bruciato... e bruciava tutto in uno spreco colossale... bruciava la mia testa mentre la tua era calata a misurare il danno e l'odore della tua pelle si arrampicava sui pensieri che non dovevo più avere... e mentre impazzivo fra tabacco, fumo e ricordi presenti muschiati e i balsami che non servivano più a placare i dolori, mentre tutto intorno si addensava e pizzicava il naso, tu scendesti dalla macchina e io affondai nella cenere… e chi può dire se ci sia un’altra vita oppure no.

... e mi sarei appoggiato nelle pieghe della pelle... nei tuoi luoghi morbidi… nelle tue gambe di pensieri intrecciati in bilico sulla poltrona... mentre con la mano accarezzavi il bracciolo e con lo sguardo toccavi le parole e le affilavi in una ragione inattaccabile e me la lanciavi contro... non so quante volte mi hai centrato, ma qualcosa di inevitabile cominciava a colarmi dagli occhi e le mie mani bagnate non le avresti più baciate… non ti saresti più rinchiusa al caldo e io non avrei mai più accostato i miei fianchi ai tuoi per sentire la mia carne liquefarsi e disperdersi nel letto... saresti stata d'ora in poi una scheggia ghiacciata a viaggiare sottopelle... già rabbrividivo e tu diventavi isoscele... dura... e bucavi la poltrona…

Ferma, immobile, piena e invitante continuavi a fissare il pavimento... non c'era un modo di sospendere il momento... tutto sarebbe marcito e ammuffito e ciò che avrei disperatamente masticato e metabolizzato e fatto mio sarebbe diventato un amalgama dal gusto scuro che brucia la gola... i miei caffè dalle tue mani e le tue sigarette sui pomeriggi ad assaggiare le tue assenze e i tuoi ritorni... non avrebbero avuto lo stesso sapore... tu non lievitavi più sorrisi e io bloccavo un nodo spinato in gola... dovrò nutrirmi da solo...

la seta grigia del silenzio frusciava nell'aria... un sibilo rapido mi trapassò la testa... dov'era la tua musica? Sulle scale adesso... in dissolvenza rapida... ti ascoltavo in un eco e mi rimbombi ancora fra le costole...

In breve

"Gli amanti"

-Racconto illustrato-

(con A.I. e tecnologie chatGPT4 DALL-E)

Quello che sto per affrontare è un argomento particolare, che può offendere la morale di qualcuno, eppure... tratta di un qualcosa universalmente temuto, ma universalmente praticato; praticamente le sue origini stanno tanto alla notte dei tempi come alla nascita del matrimonio. Ma avanziamo per piccoli passi: stiamo per addentrarci in uno dei lati più oscuri della nostra mente, dobbiamo muoverci con cautela. Per ora vi basti sapere che i testi sono stati elaborati da Emma Scinica, provengono dalle pagine del suo blog "Aura Sonora" e sono le righe che hanno ispirato la nascita di "OltreAmare" by Livio Amato Music. Buon sogno interiore!

-Prefazione-

“C’è un solo tipo di trasgressione che può privare una coppia della propria relazione, della felicità e dell’identità: un’avventura. L’adulterio esiste da che è stato inventato il matrimonio, ed anche il tabù che lo riguarda. Infatti, l’infedeltà ha una tenacia che il matrimonio le può soltanto invidiare, al punto che questo è l’unico comandamento che viene ripetuto due volte nella Bibbia: una volta per l’azione e una volta per l’intenzione. Così, come conciliamo ciò che è universalmente proibito e tuttavia universalmente praticato? Questa è una definizione che mi piace di cosa sia un’avventura, riunisce tre elementi chiave: una relazione segreta, che è l’essenza di un’avventura; un legame in varia misura emotivo; e un’alchimia sessuale. Qui la parola chiave è alchimia, perché il brivido erotico è tale che il bacio che stai soltanto immaginando di dare può essere forte e seducente come ore e ore passate a fare l’amore. Come disse Marcel Proust, è la nostra immaginazione la causa dell’amore, non l’altra persona. Quando cerchiamo lo sguardo di un altro non è sempre al nostro partner che voltiamo le spalle, ma alla persona che siamo diventati. Non stiamo cercando tanto un’altra persona, quanto stiamo cercando un altro noi stessi. Contrariamente a quanto si possa pensare, le avventure hanno poco a che fare con il sesso e molto di più con il desiderio: desiderio di attenzione, desiderio di sentirsi speciali, desiderio di sentirsi importanti. La struttura precisa di un’avventura, il fatto che non potrete mai avere il vostro amante, vi porta a volerlo. È di per sé stesso una macchina del desiderio, perché l’incompletezza, l’ambiguità, ti fanno volere quello che non puoi avere. Come si guarisce da un’avventura? Il desiderio è profondo. Il tradimento è profondo. Ma può essere curato. Alcune storie sono le campane a morto per relazioni che stanno già avvizzendo. Ma altre ci daranno la scossa per nuove possibilità. Il fatto è che la maggior parte delle coppie che hanno provato il tradimento, restano insieme. Ma alcune di queste si limiteranno a sopravvivere, mentre altre saranno davvero in grado di trasformare la crisi in un’opportunità. Saranno in grado di trasformarla in una esperienza di crescita."

"L'amore tra amanti, in quanto segreto, limitato e segregato, si usa considerarlo "amore sfortunato", ma ... non credo sia la giusta etichetta da affibbiargli. Un amore tra amanti vuol dire stanze di alberghi, baci tra le ombre della sera, sesso truffaldino improvvisato dentro all'auto, ma anche sensazione unica ed inequivocabile, difficile da descrivere perché deve restare imprigionata nella mente e dentro al cuore, troppo piccolo per contenere la fierezza di appartenersi, anche se in maniera tanto incompleta e limitata. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti vincitori dell'amore, perché sanno essere eroi del loro stesso destino senza pubblicizzarlo; senza doverlo vivere alla luce del sole o dimostrarlo al mondo; lo vivono solitari, ma con tutto sé stessi. Sono loro che continueranno a trainare le narrazioni di mille canzoni, che dell'amore racconteranno il lato più oscuro, il più dissacrante ed imputabile, ma ... forse, anche più vero, fantasioso e spontaneo, perché è il lato dell'amore più difficile,  quello che si vive a piccoli spezzoni,  a puntate irregolari,  a brevi sorsi. Ed è in quegli appuntamenti rubati all'ordinarietà che i protagonisti si sentono in dovere di offrirsi all'altro completamente, per dimostrare il senso assoluto che nutrono per l'altro, che li lega indissolubilmente. Ogni istante vissuto assieme viene assorbito dentro come un miracolo; una medicina con la quale combattere i desolanti silenzi, che condiscono di precarietà la storia d'amore, ricca di gioie e fantasia,  ma anche di tante assenze insostenibili ... impossibili da colmare con qualsiasi rumore, perché gli amanti resteranno per sempre, agli occhi del mondo, silenziosi, segreti e furtivi innamorati temerari dell'amore incompleto".

Il racconto

Osservava le persone camminare lungo il viale adiacente la piazza, assenti, indaffarate ... le osservava da una finestra in legno, sotto un cielo color vaniglia, minacciato da nuvole di pioggia...

Era nella sua stanza, in un pomeriggio agli inizi di aprile. Erano seduti affianco sul letto di lei, dal Mac fuoriuscivano alcune note di un brano che interessava entrambi o, almeno, avrebbe dovuto farlo. Si guardavano, e la musica spiegava le loro emozioni ... "non vorrei che entrassi dentro di me" aveva detto lei, ma in realtà sapeva benissimo che lui poteva entrare dentro di lei, (lei voleva questo) ... "quello che sta accadendo ora, qui dentro, rimane un fatto isolato nel tempo, una bolla di sapone, un'ampolla con due pesci rossi dentro" disse lei, ed era la verità...

C'erano cose, frutto di azioni compiute in prima persona, dalle quali non ci si riprende più. Qualcosa doveva necessariamente morire dentro il petto, bruciarsi. Molto tempo dopo, l'aveva rivista. Le aveva parlato. Non c'era più pericolo nel farlo. Lui sapeva come per istinto che ora non aveva più alcun interesse per quello che lei faceva. Avrebbe potuto accordarsi per un secondo incontro, se uno di loro due l'avesse voluto. A dire il vero si erano incontrati per caso. Era successo nel parco, un'orribile e gelida mattina di febbraio, quando la terra pareva diventare di ferro e l'erba sembrava morta e nulla iniziava a fiorire, se non qualche croco che si era aperto un varco attraverso il suolo unicamente per essere devastato dal vento. Lui camminava in fetta, con le mani ghiacciate e gli occhi che gli lacrimavano, quando la vide, a meno di dieci metri da lui...

Si accorse subito che era cambiata, anche se non riusciva a cogliere il carattere di quel mutamento. Passarono l'uno davanti all'altra quasi senza far mostra di vedersi, poi lui si voltò e la seguì, ma senza provare alcun sentimento di ansia. Sapeva che non c'era più alcun pericolo, che nessuno avrebbe fatto caso a loro. Lei non parlò. Cominciò a camminare in senso obliquo sull'erba, come se volesse liberarsi di lui, poi sembrò rassegnarsi a che lui le camminasse a fianco. Dopo un po' si ritrovarono in una macchia di arbusti laceri e senza foglie, inutili sia a nasconderli che a proteggerli dal vento. Si fermarono. Faceva un freddo terribile. Il vento fischiava attraverso gli arbusti, agitando gli spauriti e luridi crochi. Lui le passò un braccio intorno alla vita. Non vi era musica, ma dovevano esserci delle note nascoste da qualche parte, inoltre, chiunque poteva vederli. Ma non aveva alcuna importanza, nulla aveva più importanza. Se avessero voluto, avrebbero potuto perfino stendersi per terra e fare l'amore. Soltanto a pensarci, la sua carne fu percorsa da un brivido. Lei non rispose minimamente alla stretta del suo braccio, ma neanche tentò di liberarsi. Ora vide che cosa era mutato in lei: il volto era pallido, ed era più magra. Ma non era questo il cambiamento più marcato. Era soprattutto il fatto che il suo essere si era "ammorbidito", come se fosse diventato un liquido che si adatta e si espande ... Si ricordò di una volta che improvvisamente la volle abbracciare con impeto ... si stupì della sua forza incredibile, ma anche dalla sua rigidità e dalla difficoltà che incontrava nel toccare la sua carne di pietra ... Pensò anche che il tessuto della sua pelle doveva ora essere ben diverso da quello che era stato un tempo. Non tentò di baciarla. Non si scambiarono una parola. Mentre tornavano indietro, sull'erba, lei lo guardò in faccia per la prima volta. Fu un'occhiata furtiva, colma di stupore e di vergogna. Lui si domandò se l'origine di questo imbarazzo fosse solo un effetto degli avvenimenti passati, se fosse causato anche dal suo viso ancora più vissuto e dalle lacrime che il vento continuava a spremergli dagli occhi...

Si sedettero su una giostrina per bambini, l'uno accanto all'altra, ma non troppo vicini. Lui si accorse che lei stava per parlare. La vide mentre allungava una goffa scarpa e calpestava e spezzava un rametto. Pareva che i piedi le si fossero fatti più grandi. "Ho tradito, ... lo so" disse lui. Gli rivolse un'altra occhiata piena di vergogna. "A volte" disse lei "la vita minaccia di farci delle cose... cose a cui non puoi resistere, cose che non vuoi neanche immaginare e allora dico "non voglio che accada a me, voglio che accada a qualcun'altra"... ... e dopo puoi anche pensare che il mio era solo un trucco per ingannare il mio ed il tuo cuore; fingo, ... ma non è vero. Quando succede ... il mio cuore si inebria, ... voglio salvarlo, ma non posso fare altro che cederlo alle tue volontà ... Abbiamo desiderato davvero quello che abbiamo fatto? Abbiamo badato solo a noi stessi ..." ... "solo a noi stessi" fece eco lui ... "dopo, i sentimenti verso noi, non sono più gli stessi"... "no" rispose lui, "non sono più gli stessi". A quanto pareva, non c'era altro da aggiungere. Il vento modellava i vestiti attorno ai loro corpi, quasi d'un tratto divenne inopportuno restare seduti lì, senza scambiarsi una parola. E poi, faceva troppo freddo per starsene immobili. Lei mormorò qualcosa, che aveva da fare, e si alzò ... "non ci dobbiamo più rivedere" disse lui ... "si" disse lei, "ci ritroveremo in un'altra vita, quando saremo entrambi gatti"...

Incerto, la seguì per un tratto di strada, tenendosi a mezzo passo da lei. Non parlarono più. Lei non fece alcun tentativo per sbarazzarsi di lui, ma camminava ad un'andatura sufficiente per impedirgli di portarsi al suo fianco. Lui aveva pensato di accompagnarla fino all'altro lato della piazza, ma a un tratto quel procedere l'uno dietro l'altra, nel freddo, gli sembrò inconcludente e insopportabile. Si sentì invadere dal desiderio non tanto di allontanarsi da lei, quanto di trovare un bar per ubriacarsi: ebbe una visione nostalgica, di un tavolo all'angolo, con il giornale e il gin versato senza risparmio ... aveva bisogno di tanfo e calore. Un attimo dopo, e non si trattò di un caso, lasciò che un gruppetto di persone si interponesse fra loro due. Fece un tiepido tentativo di guadagnare terreno, poi rallentò, si voltò indietro e si allontanò nella direzione opposta. Dopo aver percorso cinquanta metri si girò a guardare: la strada non era affollata, ma già non la vedeva più. Ognuna di quelle sagome che camminavano spedite, sarebbero potute essere lei. Si mischiò nella confusione calma, di un giorno qualunque, una molecola tra mille molecole, un innesto di un ingranaggio, una pietra di una recinzione, ... un puntino, nello spazio ... "quando succede" aveva detto lei, "si fa sempre sul serio", e lui aveva fatto realmente sul serio. Non si era limitato a dirlo, lo aveva desiderato, fortemente. Aveva immaginato un ragionamento, disegnato un quadro astratto o forse futurista, si era spinto, a braccetto con la mente ed il cuore ... in un pomeriggio di febbraio. Dopo, il silenzio.

In breve

"Il viale"

-Racconto illustrato-

(con A.I. e tecnologie chatGPT4 DALL-E)

… sono seduto ad aspettare, accolto dal rosso liquido d’un cielo che straripa in strada ... mi chiedo se ci sia un modo per spazzolare via i residui di certi sogni insieme alla nostalgia: le cose che non ho e le cose che ho perso mi caratterizzano più nitidamente di quelle conquistate ... penso che la distanza non è quella dei chilometri messi sotto le scarpe, ma quella da percorrere per avvicinarmi a te ...

... quest’anno l’estate ha esteso il proprio abbraccio caldo ben oltre i naturali confini e alla metà di settembre non c’è alcuna differenza con una giornata di inizio agosto ... ma il corpo sa da subito quello che la mente capisce più tardi ... ha i suoi tempi, la mente, con l’intralcio di tutti i ma, i forse, i nonostante da elaborare ... e l’amore lo sa ... è un sortilegio, e noi siamo dei bambini stupidi che gettano in cantina il loro giocattolo migliore per la paura di usarlo e romperlo ... l’innamoramento è uno strappo, non una cucitura ... quelle sono per i sarti e per chi s’accontenta ... non si ama per convenienza, ma nonostante ... a un certo punto, le cose sull’orlo di un amore precipitano ...

... stavo notando che dopo una radura segue una sfilza di piccoli orti, fazzoletti ricamati a basilico e fatica … ed io cerco di contaminare la realtà con le storie ... ma il tempo prende decisioni al posto mio ... rumore di tacchi sul selciato, vociare di bambini che si pestano i piedi, risate di donne … vorrei quei getti di aria fredda che negli occhi diventano lacrime, e ogni lacrima è un ricordo che se ne va via … ogni lacrima si potrebbe portare via un’immagine di te ...

... sono ore dilatate, fuori dalle abitudini rassicuranti, fuori dai soliti giri di ruota da criceto ... le ore non sono tutte ubbidienti all’orologio: ce ne sono di anarchiche, riempite di cose all’inverosimile o lasciate stagnare in una notte di sonno impossibile, quando persino i muri della stanza sono malevoli, nella loro indifferenza liscia e senza appigli ...

… ma che ci faccio qui? perché così faccio io: ti vengo a cercare, per farti andar via … forse ... oggi ho deciso che per me niente televisioni o computer ... preferisco sedermi fuori, guardare i prati e le colline: albe, tramonti, temporali, alla fine, sono sempre stati i miei programmi preferiti ... ogni giorno leggo un quotidiano per le notizie del mondo, per quelle del paese mi basta il bar ...

... ho un ricordo di te in questo luogo, una delle prime volte che si usciva ... appena superata la frontiera dell’incertezza rispetto al sentire dell’altro, le parole si liberavano dalla patina di finta immobilità e prendevano la rincorsa ... spalancavo gli occhi per immagazzinare tutto quel giallo e quel blu sullo sfondo e i tuoi lineamenti intenta a osservare l'orizzonte ... provavo a fissare nella memoria i dettagli, a creare arazzi nella mente, approdi a cui avrei saputo fare ritorno nel tempo da passare lontani ... perché sempre mi torna in mente la frase di Cesare Pavese: "a che serve passare dei giorni se non si ricordano?" 

… la linea netta di cesura tra un campo giallo di stoppie e una striscia di zolle rivoltate ... sembrava che il mio cuore somigliasse alla terra, che aspetta l’aratro senza fare resistenza ... entrambi attendevamo la sera per stare concentrati l’uno sull’altra senza doveri e distrazioni di mezzo ... sentivo che tutto combaciava, che la distanza tra quello che c’era e quello che avrei voluto stava dentro due parole mancanti all’appello, due parole soltanto: "per sempre" ... “oggi il colore dei tuoi occhi è diverso”, ti dissi, ed era un giorno senza nuvole … “lo so, mi dicesti, cambiano con la luce” … “allora i tuoi occhi sono dell’umore del cielo” … ti accontentavi di camminarmi vicino e guardare le strade sbiancate e i riflessi dei lampioni giù a valle ... si sentiva l’odore della legna che già accendeva qualche camino e quello dei prati dopo l’imbrunire, che hanno un profumo che non somiglia a nient’altro ... ci fermammo in una radura, sopra una cima rotonda e ai nostri piedi un panorama surreale: alberi fitti, bagliori lontani di paesi, la sagoma remota e nerissima delle montagne ... avesti vergogna di guardarmi negli occhi quando mi dicesti “ho paura che ti amo” … e dentro quella frase sgrammaticata traspariva l’impeto e l’urgenza di dire ... io ti risposi, con la voce di uno che ha riso e poi pianto, “io non ho paura, perché ormai lo so che ti amo ... la paura l’ho lasciata indietro, tanto non serve tenersela addosso, ti pesa e nient’altro …

ho la memoria degli uccelli migratori … è molto più lunga di quella degli altri volatili, perché devono essere capaci di fare ritorno” …” e a questi giorni ti piacerà tornare?” … “difficile sarà farti partire” … e ora capisco cos’è il vero ingombro di un’assenza e che anche lo spazio, e non solo il tempo, cambia le cose e le persone.

Tra poco mi alzerò e mi incamminerò verso l’auto ... e vorrei ancora tenerti forte la mano per arginare il mio buio.

In breve:

"Sulla collina"

-Racconto illustrato-

(con A.I. e tecnologie chatGPT4 DALL-E)

Quello che segue, è il foto-racconto ideato e scritto (a quattro mani) nei mesi di settembre-dicembre 2009, che ispirò già l'opera solo-piano "Sensitivity". Solo ultimamente, in occasione della nascita del progetto "Confluenze" si è, per così dire, riacuito l'interesse per questa storia sospesa tra dimensione onirica e situazioni surreali. Anche se il protagonista non è dissimile da tanti modelli di uomini resi soli dal destino, la presenza della giovane donna spezza la normalità del racconto orientandolo verso un'interpretazione più profonda della vicenda, tramite una simbologia sublimata nelle immagini create ad hoc con l'ausilio dellìintelligenza artificiale, tecnologie DALL-E. In questa visione, la giovane donna, potrebbe essere la proiezione di un ricordo del passato dell'uomo, un ritorno così limpido da avere connotazioni reali o potrebbe essere la chiave interpretativa dell'ingresso nella depressione profonda del protagonista, che lo porterà, alla fine del racconto, a tentare un tuffo ad alto coefficiente di rischio, consapevole di non saper carpiare.

La routine del lavoro, la stessa strada da percorrere ogni giorno, gli stessi orari a cui obbedire; in fatto di pendolarità, i suoi orari facevano del viaggio di andata e ritorno un’occasione per lasciare che la mente vagasse in un’unica direzione, per finire sempre nei luoghi oscuri del suo passato, dal quale non riusciva proprio a sottrarsi.

Perché lui era un uomo tormentato dal suo passato e cercava solo di mettere pace in sé stesso, qualunque cosa fosse il suo trascorso. Ogni sera, dopo il lavoro, si recava in una strada in collina a lui cara, dove aveva trascorso momenti felici da adolescente. Lasciare la strada trafficata, il lungo serpente di auto con i fari accesi nella sera e imboccare una stradina trasversale che l’avrebbe portato a destinazione lo stesso, ma percorrendo quelle ferite nella collina adiacente, che difficilmente si possono definire strade, gli dava ancora quell’emozione e quella frenesia che, da giovane, provava nel portarci le sue fiammelle per godere di un po’ di intimità. Parcheggiava a lato della stradina, scendeva dall’auto e camminava lungo il sentiero, respirando l’aria fresca della sera e guardando lo spettacolo offerto dal crepuscolo di un cielo reso terso da una giornata di Fenom, il vento tiepido delle Alpi. Abbracciato dai profumi portati dal vento, che faceva turbinare vecchie foglie secche sul sentiero, si sentiva più vicino a se stesso, più in armonia con il mondo.

Una sera di quelle, mentre camminava, vide una giovane donna seduta su una panchina. Era bellissima, con i capelli biondi e gli occhi grigi. Indossava un vestito bianco, che le donava un’aria angelica. Si avvicinò a lei, incuriosito. Le chiese chi fosse, cosa facesse lì, se avesse bisogno di qualcosa. Lei lo guardò con un sorriso dolce e triste e gli rispose che era lì per ammirare il paesaggio, che non aveva bisogno di niente. Poi gli chiese se voleva sedersi accanto a lei e fare due chiacchiere. Lui accettò, senza sapere perché.

Iniziarono a discorrere di tutto e di niente, come se si conoscessero da sempre. Si sentì subito a suo agio con lei, che gli sembrava una persona gentile e sensibile. A sua volta lei si mostrò interessata a lui, che le raccontò della sua vita, dei suoi problemi, dei suoi sogni. Si capirono al volo, si fecero delle confidenze, si fecero delle grasse risate. Si alzarono dalla panchina, si presero timidamente per mano, senza guardarsi negli occhi, in uno stato di confusione e timido impaccio, e continuarono a camminare insieme, mano nella mano. Lui si sentì felice come non lo era da tempo. Lei anche gli disse che era felice di averlo incontrato. Poi lo baciò sulla guancia e gli disse arrivederci. Lui le chiese se poteva rivederla il giorno dopo. Gli disse di sì, senza indugi, ma solo alla stessa ora e nello stesso posto. Accettò, senza capire perché. Ma non glielo chiese.

Il giorno dopo tornò alla strada in collina, sperando di ritrovarla. Teneva in serbo con sé il ricordo del bacio che gli diede il giorno prima, anche se in esso c’era qualcosa di surreale, una nota stonata in mezzo a tanta melodia che non riusciva a cogliere: al contatto delle labbra di lei sulla pelle della sua guancia, provò una strana sensazione di freddo, come un brivido proveniente dal profondo del suo corpo. La ritrovò, seduta sulla stessa panchina, con lo stesso vestito bianco, con lo stesso sorriso dolce e triste. La salutò con gioia e le si avvicinò. Ripresero a parlare come il giorno prima, come se non fosse passato tempo. Si raccontarono altre cose di loro, si scambiarono altri pensieri, si fecero altri complimenti. Si presero per mano e ripresero a camminare insieme, baciandosi ogni tanto. Lui si sentì innamorato come non lo era mai stato. Lei anche gli disse che provava qualcosa del genere, ma che non potevano stare insieme. Le chiese perché no, cosa gli impediva di essere felici. La giovane donna gli disse che lui non avrebbe capito, che era troppo complicato da spiegare, che era meglio così. Poi lo abbracciò forte e gli disse addio. Lui le chiese se poteva rivederla il giorno dopo. Lei gli disse di si, ma solo un’altra volta ancora e nello stesso posto. Accettò, senza volerlo credere

L’ultima volta che la vide fu una sera di pioggia. La trovò sulla stessa panchina, ma questa volta era bagnata fradicia e tremava dal freddo. Lui scese dall’auto, le corse incontro e le mise il suo giubbotto sulle spalle. Le chiese cosa le fosse successo, perché fosse così pallida e triste. Gli disse che era arrivato il momento di dirgli la verità, anche se gli avrebbe fatto male. Gli disse che lei non era una donna vera, che in quel corpo non c’era vita. Lei era il fantasma di una ragazza suicida per amore in un passato lontano. Gli disse che lui era l’unico che poteva vederla e sentirla, perché aveva una sensibilità speciale, per quanto lui non ne fosse minimamente consapevole e che, per quanto difficile da comprendere e accettare, esistono cose che ci vivono intorno, ma non possiamo percepirle. Con lo sguardo che aveva abbandonato l’aspetto dolce a favore della piega triste che lo contraddistingueva fino al giorno prima, e lo rendeva unico, gli disse che lo amava davvero, ma che doveva lasciarlo andare. Lui rimase senza parole, incredulo e sconvolto. Le chiese come fosse possibile, come potesse essere vero, come potesse accettarlo, come avrebbe fatto senza la sua presenza, ora che aveva trovato chi avrebbe salvato la sua vita. Lei gli rispose che non c’era niente da capire, che era solo un destino crudele, che doveva rassegnarsi. Poi lo baciò per l’ultima volta e gli disse addio. Con la voce già spezzata dal pianto, le chiese se poteva rivederla ancora, anche solo per un minuto. Ma lei, fermamente, gli disse di no, che sarebbe stato possibile solo nel suo cuore e nei suoi ricordi. Lui si rifiutò di accettare, senza volerla perdere.

Ma era troppo tardi. Il suo corpo diventò via via più etereo e, infine, svanì davanti ai suoi occhi, come una bolla di sapone. Rimase solo, con il suo giubbotto bagnato e il suo amore impossibile. Pianse disperatamente, gridando il suo nome. Ma nessuno lo sentì, nessuno lo capì, nessuno lo aiutò.

Passò qualche settimana. Cercò di evitare quel luogo. Cercò di impegnarsi in qualsiasi attività potesse distoglierlo dal pensare a quanto accaduto, ma in ogni istante gli sembrava di averla accanto, ovunque fosse, qualunque cosa stesse facendo e quella condizione, anziché rincuorarlo, amplificò il bisogno di poterla riavere, anche solo per un misero istante. Si rivolse a Dio ogni giorno, specialmente la sera,  supplicandolo di mostrargli la strada da percorrere per poterla raggiungere e venne esaudito il suo desiderio: fu più semplice di quanto avesse immaginato. Una sera, dopo il lavoro, si diresse verso la strada in cui, su una panchina, aveva incontrato lei per la prima volta, come se lo stesse aspettando. L’asfalto sfrecciava sotto le ruote, fino a finire per lasciare il posto ai ciotoli del sentiero a lui caro.

Illuminata dai fari dell’auto poteva intravedere la panchina avvicinarsi ai suoi occhi, senza lei seduta ad aspettare.  Per liberarsi al più presto della profonda tristezza e del profondo senso di abbandono e di vuoto interiore che gli procurava il confronto con l’amara realtà, accelerò d’istinto e girò il volante verso la scarpata affianco al sentiero. Si girò un istante verso il sedile del passeggero e lei era lì, affianco a lui, con lo stesso sguardo dolce e triste che gli scoppiava nel cuore. Lei gli tese la mano, mentre il mondo rotolava fuori dai finestrini che si infrangevano in mille frammenti impazziti e luminosi come stelle, in un frastuono assordante. Anche lui le sorrise e le porse la mano. Un istante che parve infinito gli permise di scambiarsi quella frase tanto agognata nelle ultime settimane della sua triste esistenza - Ti amo! - Anche io ti amo! - Per sempre! - Si, per sempre. - Poi il buio e il silenzio avvolsero i rottami in un silenzio irreale.

Lo trovò il giorno dopo un contadino che, col trattore, stava andando a lavorare nei suoi campi più a valle. Era ancora seduto alla guida della sua auto, aveva gli occhi chiusi e un sorriso così beato che sembrava dormisse e stesse facendo un bel sogno, nella mano sinistra serrava un lembo di tessuto bianco, che non si capì mai da dove potesse averlo strappato durante il ribaltamento dell’auto.

In quei luoghi si racconta che nelle sere di vento, appena dopo il tramonto, si possono sentire i passi ben distinti di due persone che camminano sulla ghiaia del sentiero e le voci di un uomo e una più cristallina di una donna rideree parlottare sottovoce dicendo cose incomprensibili. Qualcun altro addirittura racconta di aver intravisto per pochi istanti due sagome sfumate muoversi sul sentiero in prossimità della panchina, che ancora oggi è lì. Ma i fantasmi non esistono. O forse si?

In breve:

La discarica delle favole

Non si può insegnare, lo riconosci subito quando sei dentro una favola, le cose prendono una forma diversa da quella di sempre, da quella normale, ma anche dall'eccezionale. I gabbiani per esempio; non fa impressione vederli così distanti dal mare, magari stupisce guardarli mentre volano così lontano dalla discarica.

La discarica delle favole, quella grande con la sagoma di una piramide maya, chissà perché gli danno quella forma, chissà se ci fanno dei sacrifici umani, là in cima appena nascondono il tesoro dentro la spazzatura e spengono i camion prima di scrivere sulla mappa. I gabbiani giocano, volano controcorrente per due chilometri buoni, si tuffano dentro l'acqua nella curva del fiume nel punto che sembra proprio un gomito, ma un gomito umano con le grinze fatte dalla corrente, uguali alle nostre.

Il fiume delle fiabe è in piena in questi giorni, trascina gli uccelli velocemente fin sotto il ponte declassato; dopo la piena assomiglia ad un reggipetto vecchio, di quelli a cui le donne si affezionano e continuano a portare nonostante abbiano preso due misure in più. Ci sono novelle dove le principesse portano solo la coppa J, non in questa.

Il bello dei gabbiani è che non li distingui: maschi e femmine sono tutti uguali, stesso colore, stesse dimensioni, stesse voglie, stessi sogni, stessi giochi. Non puoi dargli un nome finché non sai cosa pensano della storia; non è permesso. I gabbiani pensano e ridono mentre filano sulla corrente, forse cantano, si inventano le parole in un inglese apparente. In questa favola gli uomini hanno un nome di donna tatuato sul fianco come i pescherecci.

La pioggia delle favole fa fare sogni strani, al confine con gli incubi, i sogni stanno dalla nostra parte vorrebbero invadere, attaccare per primi, ma rimangono sulla frontiera come si rimane a guardare il tramonto da una terrazza di fronte al mare. C'è da fidarsi dei gabbiani, almeno dentro questa storia, con loro c'è sempre un lieto fine in agguato e non capiterà quando finisce tutto, ci sarà un lieto fine prima della metà, un altro quando la principessa si spoglia e all'ultimo, quando nessuno ci crede più.

In questa favola gli uomini si tengono i sogni piccoli e buttano via quelli giganteschi, non fanno come le barche col pescato, si tengono i fuori misura e nemmeno questo si può insegnare.

Dentro questa fiaba non si pescano pesci magici per rispetto. In questa storia non ci sono reti, tutti possono essere presi, ma nessuno viene catturato, ci sono un paio di curve a gomito con le grinze, una principessa senza poppe, un ponte declassato per far passare un solo sguardo alla volta, tre lieto fine di quelli veri di cui due senza baci che risvegliano.

Dentro questa favola siamo sempre tutti svegli. Gli occhi si chiudono in volo. I gabbiani di quassù non li distingui tra loro, non sai come la pensano, abbiamo appena aperto corsi di inglese apparente, ma se sbagli una pronuncia la storia finisce. 

Avete salvato l'ultimo lieto fine?

Scarpette rosse

Il caffè,

una maglietta a righe,

il tuo numero su un biglietto,

in una tasca di jeans,

in un cassetto,

una valigia verde,

un altro caffè,

un altro numero,

un aperitivo,

una cravatta,

un bacio,

una pizza,

una paura,

un silenzio,

un messaggio,

una telefonata di lavoro il giorno degli innamorati,

ignorarsi,

incontrarsi,

rivalutarsi,

trattenersi in una festa,

un drink,

un abitacolo sudato,

le chiavi di casa mia,

quelle di casa tua,

i segreti,

i segnali,

le carezze,

le coperte,

la birra artigianale,

il trapano e il martello,

cenare da Michele,

un telefono,

un libro,

un bracciale,

due orecchini,

il giorno di Natale,

Sanremo,

le tue foto da ragazza,

la valigia verde,

un’isola,

una crema al profumo di cocco,

una folata di sbagli e noi superstiti,

una battaglia e una falange in due,

il mio pugno chiuso e i tuoi capelli dentro,

carnevale e le maschere,

il nostro primo daccapo,

mille lumi di candela e tu che come fiamma tremi e bruci,

mentre la strada che sapevi che avrei preso mi si srotola davanti come un tappeto rosso.

E vado via.

Ma per restare.