Sono le 06:00 di martedì 8 febbraio 1983. Il mondo, fuori, è sospeso.
Sollevo la saracinesca quel tanto che basta — dieci centimetri di ferro freddo — per interrogare il buio. I miei occhi sono ancora impastati dal sonno, ma la luce bluastra del lampione di fronte al balcone non mente: nevica.
È una neve strana, polverosa. Non è la dama bianca delle fiabe, ma un’infarinatura di microcristalli di ghiaccio che brillano sotto i lampioni come polvere di stelle caduta su Chivasso. Mi è sempre piaciuta la neve, ma stamattina ha il sapore della sfida. Mi aspettano cinque chilometri a piedi e le trasmissioni non aspettano: alle 07:00 in punto devo essere "on air".
Il Rituale del Mattino.
La moka sarebbe un lusso che non posso permettermi; troppo tempo, troppo calore. Butto giù una sorsata di caffè d’orzo preparato la sera prima, un rito spartano che sa di attesa. Mi vesto in fretta, infilo la giacca antivento e tiro su il cappuccio, perché con gli ombrelli ho un rapporto pessimo: o mi tradiscono rompendosi sotto il vento o finisco per dimenticarli chissà dove.
Esco. Sono il primo a calpestare il tappeto bianco sulla via. I passi scricchiolano in un silenzio irreale. Mentre cammino verso la passerella pedonale sopra la ferrovia, l'aria ionizzata mi punge il viso e un tema musicale inizia a suonare nella mia testa. È la nostra sigla di apertura: “So long ago, so clear” di Vangelis e Jon Anderson. Note leggere, meditative, che ogni mattina cullano il risveglio di chi ci ascolta.
In quel momento, immerso in una palla di vetro col carillon, mi sfiora un pensiero profetico, una fitta al cuore: avrò mai la possibilità di condividere questo risveglio con l'unica persona che conta davvero per me?
La magia analogica della Radio.
Arrivo all'edicola davanti allo scalo merci, la prima a ricevere i pacchi ancora caldi di stampa.
— "Buongiorno! Dica di sì, sono arrivati?"
— "Certo, devo solo aprire i pacchi..."
— "Ha due minuti, non uno di più!"
Recupero i quotidiani e mi fiondo verso via Roma. Attraverso Piazza del Popolo, passo davanti ai luoghi che d'estate brulicano di vita con la mia compagnia, la più numerosa di Chivasso. Ma ora c'è solo il gelo. Davanti all'ospedale, un brivido: non trovo la chiave dell'antifurto. Un istante di panico, poi la sento nella tasca sbagliata.
Entro in Radio. Mi muovo nel buio della segreteria, accendo solo la luce del magazzino dischi e poi entro in regia. Non amo i neon; accendo solo la lampada a braccio mobile sul mixer a 12 canali. La luce cade precisa sui piatti, sui tape deck, sulle rastrelliere dei nastri pubblicitari. Il resto rimane in penombra. È il mio regno. Un ambiente intimo, a mia misura.
Oroscopi vecchi e nuovi Incontri.
Preparo l'Edicola, il meteo preso da La Stampa e l’oroscopo. Un segreto? L’oroscopo lo leggiamo da un’agenda del 1978. Lo facciamo da cinque anni. Eppure la gente chiama, ascolta, ci crede. Forse il destino si ripete in cicli, o forse abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci dica che andrà tutto bene, anche se la previsione è scaduta da un pezzo.
Loredano Busi (R.I.P.) suona il citofono in ritardo, come sempre. Lo lascio fuori finché non finisco la rassegna e il meteo. La puntualità di Renza Spinello (R.I.P.) è leggendaria e non ammette deroghe. Poi arriverà Antonietta Lupo con il suo "Tic & Tabù" fino alle12,00...
In quei giorni la Radio è un vulcano. Collaboriamo con Telemontecarlo grazie a Maurizio Di Maggio. Solo pochi giorni prima ero in studio di produzione con Claudio Cecchetto per registrare lo spot per il concorso Ford Fiesta Quartz Carnaval. Un gigante. Mi sentivo piccolo al suo fianco, avrei voluto chiedergli mille consigli su come "sfondare", ma la timidezza e quel senso di inadeguatezza mi tennero la bocca chiusa.
La fine di un’epoca.
Mentre la regia si scalda e i macchinari ronzano, sento quel retrogusto amaro. Un’emozione che non sta maturando, ma marcendo.
Il destino ha bussato forte in quel febbraio '83:
Il 13 febbraio, un'amica ci salva per un soffio dall'incendio del Cinema Statuto. Sessantaquattro morti. Noi siamo vivi, ma il trauma è un’ombra densa.
Il 14 febbraio, San Valentino. Lo festeggiamo con un sapore ferroso in bocca, il gusto del sangue e dell'amaro.
Il 15 febbraio, Martedì Grasso. Sotto una nuova nevicata e un vento gelido, la mia profezia si avvera.
Ho fatto un errore, allora: ho lasciato la Radio. Pensavo che "salvare tutto" significasse aumentare la vicinanza, che rinunciare ai miei sogni avrebbe salvato il mio rapporto. Mi sbagliavo. Fu l’inizio della fine.
Oggi, guardando indietro a quella mattina dell'8 febbraio, capisco che quei passi sulla neve non stavano andando solo verso il lavoro, ma verso la consapevolezza che la seconda fase della vita inizia proprio quando capisci che non puoi salvare nessuno rinunciando a te stesso.