Il borgo di Pietravalle non era sulle mappe, o forse lo era solo per chi aveva qualcosa da nascondere. Arroccato su una collina piemontese che pareva il dorso di un drago addormentato, il borgo viveva di un tempo tutto suo, fatto di rintocchi di campane sfalsati e muri di tufo che trasudavano memorie altrui. Lui arrivava sempre al crepuscolo. Diciotto anni di differenza pesavano sul sedile del passeggero come un convitato di pietra. Lui, con la fede che gli segnava il dito come una cicatrice mai rimarginata e una vita "ufficiale" che lo aspettava a valle, fatta di cene silenziose e doveri cristallizzati. Lei, con la pelle che profumava di vento e di una giovinezza che lui beveva avidamente, come un condannato l’ultima tazza d’acqua. I loro incontri erano furti al destino. Giornate strappate al calendario con la violenza di chi sa di non avere diritto al tempo. Si amavano in stanze dai soffitti alti, dove l’intonaco cadeva come neve secca, mentre fuori la nebbia inghiottiva i vigneti, isolandoli dal mondo. In quei momenti, il divario di età spariva: erano solo due corpi che cercavano di farsi luce a vicenda in un tunnel buio. «Resto, stavolta resto», diceva lui, mentre si infilava il cappotto. La menzogna era un rito necessario, una preghiera laica a cui lei fingeva di credere per non morire di freddo. Lei lo guardava scendere i vicoli acciottolati, vedendo la sua sagoma farsi piccola, finché non diventava un’ombra tra le ombre. Lei era arrivata a Pietravalle con una valigia piena di sogni leggeri, convinta che l’amore avesse il potere di riscrivere le leggi della fisica e della morale. Aveva lasciato una città lontana, una casa sicura, un futuro lineare, per infilarsi in quel labirinto di pietra. Aspettava. Aspettava che lui pronunciasse le parole capaci di spezzare l'incantesimo della sua doppia vita. Ma il borgo ha una proprietà strana: chi ci entra cercando una via d'uscita, finisce spesso per girare in tondo. L'ultima sera, l'aria era elettrica, carica di un temporale che non voleva esplodere. «Non posso», sussurrò lui, senza guardarla. «Non ancora. La casa, lei... non capirebbe. È un baratro, capisci? Se salto, cadiamo tutti.» Lei non rispose. Si guardò le mani, che improvvisamente le parvero troppo giovani per quel dolore così antico. Capì in quell'istante che la vita l'aveva illusa con un miraggio d'alta quota, portandola fin lassù solo per mostrarle quanto fosse profondo il precipizio. Come in un film horror d'autore, Pietravalle aveva iniziato a mutare. Le stradine che prima le sembravano romantiche ora parevano corridoi chiusi; ogni volta che tentava di immaginare un futuro lì, si ritrovava mentalmente al punto di partenza: davanti a quella porta di legno scuro, ad aspettare un passo che sarebbe sempre stato un addio. All'alba, non ci furono saluti. C'era solo il rumore metallico di una zip che si chiudeva e il rombo di un motore in lontananza. Ora lei è seduta in un aeroporto che sa di plastica e disinfettante. L'aereo è lì, un uccello d’acciaio pronto a riportarla verso quella casa che aveva abbandonato in nome della speranza. Guarda fuori dal finestrino mentre il velivolo stacca l'ombra dal suolo. Sotto di lei, le colline piemontesi si confondono, e Pietravalle diventa un puntino invisibile. Crede di fuggire, ma mentre l'aereo vira, ha la nausea tipica di chi sa che il cerchio non si è spezzato. La vita l'ha riportata al via, con la stessa valigia e lo stesso vuoto, come se il tempo trascorso lassù fosse stato solo un loop, un nastro magnetico che ricomincia a girare, condannandola a ricordare per sempre il sapore di un incendio che non ha lasciato altro che cenere fredda.
Questo è un elemento tipico della narrativa psicologica, che spesso presenta personaggi con caratteristiche particolari o problematiche della mente o dell’anima.
Questo è un elemento tipico della narrativa romantica, che spesso presenta personaggi innamorati o coinvolti in relazioni sentimentali.
Questo è un elemento tipico della narrativa tragica, che spesso presenta personaggi destinati a una fine infelice o dolorosa
L.A.M.